Secondo ha pubblicato il suo primo EP, “La Scatola”, un lavoro che mette subito in chiaro il suo perimetro emotivo fatto di crepe, contraddizioni e passaggi obbligati verso un’età adulta che non ha nulla di lineare. Non c’è costruzione artificiale, ma un racconto che si muove in modo diretto, lasciando emergere il disordine per quello che è. Dentro, il tempo pesa. Scorre nelle notti insonni, nei rapporti che cambiano forma quasi senza preavviso, nelle aspettative che si accumulano fino a diventare rumore di fondo. Secondo lavora su questo equilibrio instabile, alternando immagini quotidiane a derive più ossessive, confessioni intime a veri e propri monologhi interiori. Il risultato è una narrazione che non cerca mai di semplificare, ma resta ancorata a una tensione costante tra bisogno di comprensione e difficoltà nel dirsi davvero.
Quello che emerge è il ritratto di una generazione sospesa, dove convivono fragilità e autocritica, paura di crescere e necessità di restare fedeli a sé stessi. Il nuovo EP non offre soluzioni né momenti di catarsi: sceglie piuttosto di abitare lo spazio dell’ammissione, quello in cui riconoscere i propri limiti diventa già un primo passo. Più che un contenitore, il titolo diventa una vera e propria condizione mentale. Un luogo chiuso, necessario, dove accumulare ricordi, errori e affetti irrisolti. Aprirla non è immediato, e forse non è nemmeno il punto: quello che conta è il gesto di restarci dentro abbastanza a lungo da iniziare, almeno, a capirne il peso.
Abbiamo chiesto a Secondo di raccontarci il nuovo EP brano dopo brano:
7 ANNI “7 Anni” prende il titolo da un conteggio vero: gli anni passati da quando è iniziato un pensiero che non mi lasciava in pace e che ha continuato ad accompagnarmi. La canzone parla del mio primo tentativo di chiudere definitivamente quella storia e lasciarla alle spalle, ma si sente che non è stato facile.
Il verso “Con le parole capovolte, non riesco a dirti mai di no” descrive bene questa lotta: la volontà di andare avanti e l’incapacità di farlo fino in fondo. La musica, però, sceglie un’altra strada. Il brano è quasi una samba leggera e giocosa, che si muove in contrasto con il peso emotivo delle parole, come se la musica stesse cercando di sorridere mentre le parole raccontano qualcosa di più difficile da superare.
AL DI FUORI DELLA MIA TESTA
In “Al di fuori della mia testa” il pensiero che mi ossessionava prende forma. È come una presenza che ti immobilizza, simile a un incubo: lo senti addosso ma non riesci a reagire. È il momento più bloccato del disco, quello in cui la mente resta ferma mentre tutto intorno continua a muoversi.
La canzone parla anche della contraddizione di chi finisce per desiderare la prigione che si è costruito. Una delle immagini centrali è quella di una figura che gioca con la mia fragilità: “Diceva giochiamo ad acchiapparello, mentre ero steso a fissare il muro”. È una scena quasi infantile, ma con una crudeltà silenziosa: qualcuno corre e si diverte, mentre io resto immobile.
CALDA CAREZZA
“Calda Carezza” è una canzone di perdono, ma prima di tutto di amore per me stesso. Nasce dal bisogno di perdonare me stesso per aver ferito qualcuno nel tentativo di raggiungere una separazione che, col tempo, si è rivelata necessaria per entrambi. Il titolo è diventato un promemoria personale. “Calda Carezza” è l’abbraccio che mi sono concesso mentre scrivevo questa canzone, un gesto di gentilezza verso me stesso dopo un lungo periodo di conflitto. All’interno del disco è il momento più intimo: uno spazio in cui l’ascoltatore può fermarsi e chiedersi cosa ha bisogno di perdonare a se stesso.
GIOVANE LACRIMA
“Giovane Lacrima” parla della difficoltà di lasciare andare le esperienze negative che, nonostante il dolore, ci hanno fatto sentire vivi. A volte restiamo legati proprio a ciò che ci ha ferito, perché in quel dolore c’era anche un’intensità che non vogliamo perdere.
È una delle canzoni più intense del disco. Pur essendo autobiografica, forse è anche quella più aperta agli altri: parla di una paura molto comune, quella di abbandonare certi ricordi solo perché fanno male, quando in realtà sono stati parte fondamentale di ciò che siamo diventati.
SCUSA
“Scusa” chiude il disco ed è una canzone di responsabilità. In queste parole chiedo scusa alle persone che mi sono state vicine per il male che mi sono inflitto nel tempo, un dolore che inevitabilmente ha toccato anche loro.
È una scusa sincera, ma anche tardiva. Nel corso della canzone sembra che stia chiedendo perdono agli altri, ma in realtà il percorso porta lentamente verso un altro punto: chiedere scusa a me stesso.
Metterla alla fine del disco è stato naturale. Non è una resa, ma una presa di posizione: dopo tutto quello che è successo, arriva il momento in cui si può riconoscere il dolore, chiedere perdono e finalmente andare avanti.