Con “POST”, Kalpa crea un racconto che nasce prima di tutto da una necessità: quella di reinventarsi, umanamente prima ancora che artisticamente. Il nuovo album attraversa temi che appartengono al nostro presente più immediato – il lavoro, il postmodernismo, l’apocalisse quotidiana, il capitalismo, la sindrome dell’impostore – restituendo quel senso diffuso di disagio che attraversa una generazione intera. Eppure la chiave di lettura più profonda del progetto non sta tanto nei temi quanto nell’approccio: la sincerità. Una sincerità scomoda, a tratti fragile, che in un mondo costruito su maschere e posture diventa difficile da sostenere, ma resta forse l’unico modo per riconoscersi davvero. Questa tensione attraversa i testi come un filo costante. Frasi come “Detto da me, non so se sarà sincero” oppure “Ho ancora un po’ di tempo per decidere” ritornano quasi come mantra generazionali: parole martellanti, ripetute, necessarie per dare forma a un’incertezza condivisa.
Abbiamo chiesto a Kalpa di raccontarci il nuovo album brano dopo brano, per conoscere più a fondo le sue canzoni che non cercano risposte facili, ma restano fedeli al dubbio:
POST
È la title-track, l’inizio di tutto. L’album inizia col suono di una cassetta, come se si stesse ricercando un nostalgico comfort in una vecchia VHS che guardavamo da bambini, per poi essere catapultati bruscamente in un caos sonico che piano piano prende forma.
C’è la ricerca di un “posto nuovo” figurativo, dove potersi rifugiare ma allo stesso tempo ricostruire da zero la propria identità senza pressioni esterne.
PRIMA VERA
Quando scrivevo l’album ascoltavo un casino i The National e direi che si sente. L’idea è nata dal pattern di batteria e dalle due note di pianoforte che vanno avanti lungo tutto il brano, poi da lì è uscito fuori tutto da solo. La prima vera volta anche qui rappresenta un nuovo inizio, una nuova consapevolezza di sé.
SENZA PENSIERI
Questo pezzo è una sorta di canzone d’amore ma neanche troppo, direi più una canzone di affetto: trovare le persone giuste con cui sopravvivere è fondamentale. Ogni riferimento a Gomorra o al Re Leone, giuro su Dio che è involontario.
In più, un fun fact è che poco prima dell’assolo di sax si sente un lieve “Vai Giorgio!”, preso dal microfono ancora nella registrazione della prima demo, e riferito a Giorgio (Di Gregorio) che ha successivamente suonato la batteria in tutto il disco; la cosa buffa è che anche il sassofonista dell’album (e attuale membro della mia band dal vivo) si chiama Giorgio (Giacobbi), e la coincidenza era così bella che lo abbiamo tenuto.

LO SAI (CHE NON È FACILE)
La piega country di questo brano è tutta farina del sacco di Tobia (aka Novecento), con cui ho realizzato il disco. Inizialmente la demo che avevo realizzato era più simile a un brano pop che avrebbero potuto scrivere i The 1975 o Declan McKenna, ma una volta capito quanto fosse buffa e paradossale l’idea di un cowboy che parla di quanto abbia paura del mondo che lo circonda, abbiamo fatto all-in.
UNA FANTASTICA IDEA
Questa canzone parla molto semplicemente di sindrome dell’impostore, come tanti ne soffro quotidianamente. Anche qui, il lavoro di Tobia in produzione è stato allucinante, è riuscito ad anticipare e rendere realtà tutto ciò che avevo in testa a livello di sound. Quel ragazzo è un genio e prima o poi, se non l’avete già fatto, ne sentirete parlare in lungo e in largo.
UN POSTO PIÙ BELLO
Sono sempre stato una persona abbastanza indipendente, pertanto una volta finita la scuola casa mia è iniziata subito a starmi stretta. Questo brano parla di quel desiderio post-adolescenziale di volersi creare una propria vita, convinti che il mondo là fuori sia pronto a tendere la mano. Spoiler: non è esattamente così.
NON MUORI MAI
Non so ancora oggi bene a chi o cosa mi stessi riferendo quando scrivevo la frase “Non muori mai quando serve a me”, era probabilmente un insieme di insicurezze e ansia sociale o forse solo il capo che mi stava sul cazzo a lavoro. So però che ne avevo bisogno.
“Ho ancora un po’ di tempo per decidere” è la mia frase preferita tra tutte quelle che ho scritto finora.

SINCERO
Se vogliamo, la focus-track del disco, come si suol dire nell’industria musicale (non lo è formalmente malo è sicuramente dal punto di vista concettuale).
È stato il primo pezzo che ho scritto del disco, risale ancora al periodo in cui scrivevo il “MANUALE DEL PICCOLO INGRATO”. L’ho ritirato fuori un bel po’ di tempo dopo, realizzando che senza volerlo avevo già scritto tutto quello di cui avevo bisogno in quel momento.
Non so mai se sarò sincero del tutto, forse è impossibile anche solo provarci. Ma esserne consapevoli è un buon punto di partenza.
(fingerò)
Non è un mio album se non c’è almeno un brano strumentale da mettere in sottofondo mentre si immagina di guardare il tramonto durante la fine del mondo.
DI NON AVERE PAURA
Questo è il mio pezzo preferito, lo è stato fin da subito ed è stranamente rimasto tale.
È la fine del viaggio, la catarsi meritata dopo un lungo percorso. È la consapevolezza che sì, fa male, ma alla fine proveremo comunque a rimboccarci le maniche e fingere di non avere paura. Perché ne abbiamo tanta, ne avremo sempre, ma è forse la cosa che più ci rende umani.

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