DEEP DIVE TRACKS: YOUAREHERE – PLAY

Pubblicato in digitale e in vinile (via Bandcamp), “PLAY” è il nuovo album degli YOUAREHERE, un lavoro che parte da una domanda tanto semplice quanto attuale: quanto di quello che siamo ci appartiene davvero? Tra schermi, algoritmi e intelligenze artificiali, i due producer romani indagano i meccanismi che influenzano la costruzione della nostra identità, il bisogno di essere visti e riconosciuti e il confine sempre più sottile tra esperienza autentica e rappresentazione di sé.

Senza cercare risposte definitive, gli YOUAREHERE riflettono anche sul valore dell’errore, della memoria e del fallimento, riconoscendoli non come elementi da correggere o cancellare, ma come parti di un’esperienza da cui ripartire. “PLAY” diventa così una riflessione sulla possibilità di preservare la propria complessità in un mondo che ci spinge verso identità semplificate e facilmente riconoscibili. Un invito a recuperare il controllo del proprio percorso e a ricominciare, che ci siamo fatti raccontare brano dopo brano, proprio dal duo:

 

 

1. V.
Abbiamo quell’età in cui si è abbastanza grandi da ricordare un internet che sembrava soprattutto un posto da esplorare. Oggi invece la sensazione è quella di essere noi la cosa esplorata: continuamente osservati, misurati, interpretati e restituiti a noi stessi sotto forma di suggerimenti, contenuti, pubblicità. È un’evoluzione sociale che non scopriamo certo noi, ma sebbene potesse incuriosire agli inizi, ora un qualcosa con cui ci sentiamo di fare i conti seriamente, soprattutto per cercar di non subire passivamente tutto questo.
“V.” nasce un po’ da questa sensazione e da una domanda che attraversa tutto il disco: quanto di quello che pensiamo, desideriamo o mostriamo agli altri appartiene ancora davvero a noi?

 

2. ARCONADA
Il brano ruota attorno a un concetto molto semplice, quasi inevitabile: ogni nostra azione produce una reazione. C’è una voce che ripete ossessivamente “All your actions call reactions”, come una specie di mantra, o forse un avvertimento. Ci interessava questa idea di causa ed effetto, di come ogni scelta, possa generare conseguenze imprevedibili e finire per cambiare il corso delle cose. La figura di Luis Arconada è arrivata quasi naturalmente, perché è un personaggio a cui siamo particolarmente legati e che, nella sua storia sportiva, incarna perfettamente questo concetto. Ma non volevamo raccontare la sua vicenda. Il disco gioca molto sull’accostamento tra “cose” della nostra infanzia/adolescenza, contrapposte al mondo contemporaneo, come in una nostra personale riflessione tra un mondo analogico e uno più proteso al virtuale.

 

 

3. FALENE
L’immagine è molto semplice: una falena continua ad andare verso una luce anche quando quella luce non le serve, non la scalda e può persino farle male. Anche noi facciamo esattamente la stessa cosa: controlliamo, scorriamo, torniamo a controllare, cerchiamo attenzione e approvazione pur sapendo benissimo come funziona il meccanismo. La parte che ci interessava di più era proprio questa consapevolezza inutile. Puoi anche sapere che c’è una trappola, ma non è detto che tu riesca a smettere di cascarci dentro.


4. LUMINOUS
In un disco che si muove molto sui concetti di rumore, esposizione, identità corrotte e tecnologia opprimente avevamo bisogno anche di un piccolo varco. “Luminous” per noi è questo: la sensazione che per qualche istante si riesca a vedere qualcosa con maggiore chiarezza. La luce ritorna spesso nel disco, ma quasi sempre è artificiale: quella degli schermi, del proprio palco virtuale, della visibilità. Qui volevamo provare a immaginarne un’altra. Una luce che non chiede di essere guardata e che, almeno per un momento, non ci trasforma in qualcosa da mostrare.


5. LEAVE UNMADE
Ci affascinava l’idea dell’illusionista perché in fondo c’è un trucco dietro gran parte di quello che diamo in pasto ogni giorno agli altri. Scegliamo cosa mostrare, cosa nascondere, dove indirizzare lo sguardo. Sui social questa cosa è diventata quasi una professione collettiva. dove si costruisce una versione presentabile di noi stessi. “Leave Unmade” è il nostro modo metaforico di interrogarci su quanto effettivamente rimane di noi stessi nella realtà, dietro al palco, al trucco, all’applauso.

 

 

6. PERSONAL BEST
Qui entra in gioco la corsa, una delle passioni che ci accomuna. È lo spunto per riflettere sul fatto che non abbiamo bisogno di essere migliori degli altri, ma si tratta solo di provare ad essere ogni giorno una persona migliore rispetto al se stesso del giorno prima. Per complicare un po’ questo messaggio, abbiamo deciso di farlo interpretare a una voce sintetica. Una macchina che parla di fatica, limite, crescita e percezione di sé: un contrasto che si lega fortemente a quanto proviamo a rappresentare nel disco, ovvero un confronto continuo tra umano e non.

7. STAND TALL
“Stand Tall” è un brano che parla di resistenza. Della necessità di restare in piedi e conservare una propria capacità di giudizio in un mondo in cui siamo continuamente investiti da opinioni, commenti e prese di posizione. I social ormai sono una parte molto corposa della nostra realtà e seppure inizialmente sembravano uno straordinario strumento di libertà e condivisione, ora sono diventati anche potenti mezzi di propaganda, capaci di orientare il dibattito, alimentare divisioni e manipolare il modo in cui percepiamo la realtà. “Stand Tall” è un invito a resistere a questi meccanismi, a non lasciarsi trascinare, a difendere la propria autonomia di pensiero.

8. TIME BASE ERROR
Il time base error è letteralmente un errore di sincronizzazione del segnale. Abbiamo sempre avuto una certa attrazione per gli errori delle tecnologie analogiche: disturbi, dropout, immagini che slittano, rumore. È il nostro elogio al difetto. Il difetto ha una personalità che la perfezione digitale spesso non possiede.

 

 

9. AGO
Torniamo al confronto tra le nostre cose del passato e a questo strano presente. Parte da Agostino Di Bartolomei e dalla sua triste vicenda umano, ma non volevamo raccontarne la storia o trasformarla in cronaca. Ci interessava descrivere una certa idea di solitudine, il peso delle cose che dall’esterno non si vedono, la distanza che può esistere tra l’immagine che gli altri hanno di noi e quello che succede dentro e in una realtà che tende sempre di più a farci rimanere distanti emotivamente e fisicamente dagli altri, questo tema purtroppo è sempre più di attualità.


10. DELTA
Un omaggio a un simbolo della nostra gioventù: la Lancia Delta non è soltanto un’automobile. È il simbolo di un’idea di tecnologia che appartiene al mondo in cui siamo cresciuti: macchine certamente sofisticate, ma ancora comprensibili attraverso gesti fisici. Girare una chiave, spostare una leva, sentire una risposta meccanica. Oggi siamo circondati da dispositivi che anticipano le nostre intenzioni e decidono continuamente qualcosa al posto nostro. Non vogliamo fare nostalgia facile né sostenere che prima fosse tutto migliore, assolutamente. Ci interessava però quel passaggio: da strumenti che amplificavano le capacità dell’uomo a sistemi che progressivamente ne sostituiscono alcune. “Delta” è strumentale anche per questo. È più una macchina da attraversare che una storia da raccontare.

11. PLAY
“Play” nasce da una riflessione su quanto stiamo progressivamente perdendo il contatto con la dimensione fisica delle cose. Passiamo sempre più tempo a osservare, commentare e condividere esperienze piuttosto che viverle direttamente. Ci interessava quindi recuperare il valore di ciò che esiste al di fuori di uno schermo, senza bisogno di trasformarlo necessariamente in un contenuto. In un disco che affronta spesso il rapporto tra uomo e tecnologia, ci sembrava sensato chiudere tornando a qualcosa di semplice e umano. Anche il titolo contiene questa contraddizione: play è un comando che impartiamo alle macchine, ma significa anche “giocare”. Siamo cresciuti in un’epoca in cui la tecnologia era soprattutto uno strumento e non il luogo in cui trascorrere buona parte della nostra esistenza. Non pensiamo che fosse necessariamente un mondo migliore, ma ci piacerebbe non perdere del tutto quello che ci ha lasciato.

 


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