Di fronte a un presente sempre più divisivo, dispersivo e disumanizzante, Lazzaro ha sentito il bisogno e avuto il coraggio di mettere al sicuro qualcosa: il nuovo album “Feste di paese” raccoglie otto canzoni electro-pop come una piccola scorta di ricordi da tirare fuori in caso di emergenza, guardando a un tempo passato attraverso gli occhi di chi è stato bambino. È proprio l’immagine della festa a trasformare il ricordo in qualcosa di vivo, collettivo e contemporaneo.
Lazzaro vuole così riportare anche nelle città questa felice sensazione, contaminandola con il proprio linguaggio elettronico e trasformando questa festa in una sorta di sagra elettronica: un luogo in cui poter ballare, saltare e sudare, in cui ci può essere autoironia e voglia di divertirsi, come quando eravamo bambini.
Abbiamo chiesto a Lazzaro di raccontarci il suo sé bambino, analizzando uno alla volta tutti i brani che compongono il nuovo album.
BRAVO
Se fossi stato un cantautore l’avrei chiamata “Canzone per mio fratello”, invece è probabile che l’abbia scritta per me, come tutte le altre. Comunque non se la passava bene, stava tutto il giorno chiuso nella camera che un tempo era la mia. Ci si era piantato insieme a quell’albero di Natale che un tempo illuminava l’ingresso di casa. Usciva di rado e quelle poche volte se ne andava con i suoi amici al mare. Mi sono rivisto in quella sorta di autolesionismo emotivo e avrei voluto essergli più vicino, ma finivo spesso per arrabbiarmi o a fargli delle morali che nemmeno mi riuscivano bene.
YAGO
Ma chi ha voglia di lavorare? Alzarsi prestissimo e tornare tutto sporco di cemento in tempo per la cena. Mi sembrava assurdo che mio padre facesse quella vita da trent’anni e che non si fosse mai lamentato come invece facevo io dopo solo pochi mesi di lavoro. Era un mestiere molto faticoso e il tutto mi risultava ancora più indigesto quando capitava di lavorare per clienti facoltosi. La vivevo come un’ingiustizia sociale. Probabilmente mi ero incattivito fino a riconoscermi in Yago, il cane dei miei vicini.

MA SÌ
La mia prima canzone d’amore. La scrissi di getto, quasi mi venisse suggerita. Lei fabbra, io piastrellista. La certezza che l’avrei amata per sempre, anche se si fosse magicamente trasformata in un mostro. Non avevamo dubbi. Quei giorni sembravano uscire da una fiaba, scanditi da carezze senza tempo e passeggiate nel bosco vicino casa sua, dove aveva trascorso tutta la sua infanzia, una delle più dure di cui abbia mai sentito parlare.
SUPER
Un momento di leggerezza con amici. Negli ultimi anni mi è capitato di sperimentare qualche sostanza, alcune abbastanza super da farmi masticare la lingua un paio d’ore. Non so perché ma l’ho ricollegato a quando ero più piccolo e più in carne e di come per un periodo abbia vissuto il rapporto con il cibo in maniera malsana. Non mi piacevo, volevo perdere sempre più peso e per questo andavo a correre avvolto da pellicola alimentare. Pesavo ogni cosa che avrei ingerito e, se mi permettevo un extra, piangevo e mi sentivo in colpa. A distanza di anni, mi ha fatto ridere pensare al passato mentre mi calavo in corpo una cosa senza farmi domande.
NON ERO IO
Mi innamoro troppo facilmente. Non pensavo sarebbe durata per sempre ma sicuramente più di quello che fu. Quando la scrissi pensavo che fosse finita per colpa mia, del mio essere troppo concentrato sulle mie cose, sulla mia musica e poco altro. Forse invece è stata solo una storia che non ha avuto nemmeno il tempo di iniziare, ma io ci immaginavo già insieme nella casa al mare, che poi era anche a metà strada!

MATERIALE PER TESTI
Due ex compagni di università che si rivedono dopo anni, si annusano e fanno l’amore. Un rapporto fra due bestie fantastiche. Avevo preso una bella cotta (come sempre) anche se lei mi aveva già detto che non sarebbe durata, perché doveva partire per lavoro a fare la biologa, cosa che per un periodo ho sognato di diventare anche io. Tutta questa precarietà, questa frequentazione così spezzettata, mi ha ispirato la scrittura.
SALTA… CERCA… TROVA!
Io la vedo come una seconda canzone d’amore. Eravamo due dolcissimi fidanzatini, ma allo stesso tempo inciampavamo anche negli irrisolti che poco a poco ci confessavamo. A volte ci capitava di affrontarli semplicemente parlando, altre volte con modalità più brusche, magari un pianto improvviso nel bel mezzo di una cena. Certi dolori te li porti dietro tutta la vita e lei provava ad affrontarli come poteva.
UN BIMBO
La verità è che mi sento un bimbo di trent’anni. Sarò sempre quel bimbo un po’ cicciottello che non faceva fatica a farsi degli amici, ma pensava di non averne. Quello bullizzato ed emarginato, ma che brillava alla recita di scuola. Lo sfigatello che sarebbe cresciuto in ritardo rispetto agli altri. Se ti abitui a una certa immagine di te, è difficile poi abbandonarla. Sembra che tutto sia così naturale e dovuto, anche stare bene nello stare male.

