DEEP DIVE TRACKS: Mammaliturchi – Solo la tenerezza

“Solo la tenerezza” prende forma attorno a ciò che resta quando qualcosa finisce. Situazioni, legami e ricordi si consumano lentamente: prima si perde l’interesse, poi si incrina la lucidità, infine anche la memoria si alleggerisce, lasciando andare il dolore ma, insieme, anche ciò che aveva reso felici. In questo progressivo svuotamento si sciolgono la rabbia, l’urgenza del rifiuto e forse persino quella dell’amore. Quello che emerge, però, non è il vuoto: è una forma minima e resistente di tenerezza.

Le canzoni del nuovo album di Mammaliturchi abitano proprio questo spazio sospeso, interrogandosi su cosa accade dopo una fine e mettendo in discussione l’idea stessa che ogni fine lo sia davvero. Nate inizialmente come osservazione esterna, come tentativo di raccontare qualcosa che accadeva attorno senza esserne coinvolti direttamente, queste tracce hanno finito per trasformarsi in un gesto più intimo e necessario.

“Solo la tenerezza – racconta Mammaliturchi – è diventato così un grido sommesso, rimasto a lungo in silenzio: un modo per dare forma a qualcosa di piccolo, semplice, ma profondamente necessario”. E noi ce lo siamo fatti raccontare brano dopo brano:

 

 

Forse era bello perchè non sapevamo che ci saremmo annoiati tantissimo
Orlando si innamora di Sasha, una nobildonna russa incontrata durante il grande gelo del Tamigi, un amore travolgente e irrealizzabile raccontato nel libro “Orlando”. La canzone è nata con l’intenzione di parlare di questo, poi è diventata qualcosa in più. La routine è bella o brutta? La routine esiste davvero o forse è semplicemente la vita e come la raccontiamo? Volevo cantare della noia ma elevandola al più grande stato di sublimazione dell’amore e della vita di coppia. Sembra una sconfitta ma è tutto uno scherzo, alla fine della canzone canta la persona con cui condivido il desiderio di annoiarci, ma scoppia dopo poco in una risata che sarebbe stata una registrazione da buttare ma che rivela tutto il significato del brano.


Alfredo
Alfredo sono io ed è il titolo di questa canzone, quella nata più velocemente e comodamente di tutte. Sebbene alcuni toni possano sembrare un po’ pesanti, è una canzoncina che scivola addosso, niente di frivolo ma neanche niente di così serio. Uno specchio abbastanza lontano da non vedere il brufolo appena riapparso ma abbastanza vicino da potersi dire un po’ di verità.


Melina
“Melina” è nata come un collage, una sovrapposizione di cose prese da posti diversi: il vociare di un cantastorie siciliano, la registrazione di un tamburo, il pattern di un synth. Sovrapponendo tutte queste cose mi sono trovato tra le mani una specie di mantra musicale in loop, mi è sembrato subito un ritmo quasi tribale che arriva da lontano. Da qui l’idea di far parlare mia nonna e mio nonno, da una parte e dall’altra della vita, nell’ultima occasione di dirsi cose intime ma anche quotidiane e banali. Addio, ti amo, ah e ricordati di annaffiare le piante.

 

 

Una lingua a tua scelta
Quando ci sono cose che non si possono capire ma che per andare avanti, devi farlo, si prova a farsele spiegare in tutti i modi, anche in lingue diverse, anche in una lingua a tua scelta. Il primo titolo della canzone era “Figlio”, che è l’oggetto misterioso e nascosto di cui il testo parla. Una trinità laica che comprende il figlio che è stato, il figlio che si vuole e il figlio che sarà uomo domani. In questa canzone c’è il tentativo di non riempire l’arrangiamento e lasciare lo spazio che serve alle parole per essere sentite forti e chiare, parole che sono, almeno per me, vere e importanti.


Scenografia
Quando non faccio musica, sono uno scenografo. La scenografia è l’arte per eccellenza dell’inganno. A volte mi è sembrato di vivere in questa finzione, in una vita che non è la mia. Trovare un’arancia, morderla e scoprire che è fatta di legno, perché non è lì per me per essere assaporata, ma il suo scopo è solo quello di sembrare un’arancia, di fare arredamento, e io sono solo di contorno, non sono il protagonista della scena, e il mondo intorno non è realmente costruito per me. Ci sono due sezioni della canzone ben distinte e separate da uno strano bridge confusionario e rumoroso: ho voluto in qualche modo descrivere la distruzione di una scenografia, l’atto di svelare l’inganno. Dietro la facciata di un palazzo non c’è nient’altro che due pezzi di legno e un po’ di polistirolo dipinto.


amorenegliangoli
Questa canzone nasce come un piccolo skit, una sorta di trailer dell’album intero. È un concetto molto semplice ma centrale nella storia di tutto l’album. L’amore quotidiano, bello perché ripetuto e abitudinario, non è mai al centro delle cose, lo trovi in pezzetti qua e là, nascosto negli angoli. Essere al centro di tutto ma non vedere niente, perché l’amore è negli angoli.


Sulla pancia (feat Daniela Shejade)
Sulla pancia credo sia la primissima canzone scritta del disco, tanto da essere l’unica sopravvissuta a una prima selezione di canzoni buttate nella cartella “scartate”. È un sincero canto d’amore e amicizia, una sensazione di pace passeggera sperimentata anni fa tra i boschi di Buchupureo, in cui per eccessi di gioventù io e i miei compagni e compagne di viaggio ci trovammo ognuno a riconoscerci in un arredo della foresta: chi in un masso, chi nelle onde della spiaggia accanto e chi in un albero in fiore.
La canzone esisteva già, in un paio di versioni diverse, ma per tantissimo tempo mi è mancata la seconda parte del testo, ed è lì che ho deciso di coinvolgere Daniela Shejade, amica e cantautrice cilena che ha messo l’ultimo mattoncino mancante del brano.

 

 

Essere bocca
Un riff di basso e un beat, questa è la canzone. Un lavoro per sottrazione, poche parole ma (spero) buone. In “Essere bocca”, a differenza delle altre canzoni del disco, non c’è nulla di veramente intimo, è uno sfogo, uno sbuffare irritato per alcune dinamiche metropolitane che a volte soffro. La gente che si incontra, parlare, parlare e parlare di nuovo ma a volte, vi giuro, non me ne frega niente di quello che si dice. È un mio limite, vorrei essere più interessato.


Escondido
“Escondido” è nata in una veste molto semplice, chitarra e voce, che poi è sopravvissuta in una sua breve parte. Una chitarra che suona al centro di una foresta tropicale, questo era un po’ il mondo. Una voce nascosta, escondida per l’appunto, che parla del nascondersi, dell’avere paura di dire e di fare. Tutto si reggeva in piedi, tutto funzionava, ma rimaneva in territori molto comodi e conosciuti per me, da qui la scelta di trasformare il brano in uno pseudo-reggaeton. Volevo provare a rappresentare la tensione creata tra il nascondersi timidamente con una piccola chitarra tra le piante e l’esuberanza festosa e spudorata del reggaeton. L’indecisione di chi fa un passo avanti e poi uno indietro che, a ripeterlo, non è nient’altro che un ballo.


Solo la tenerezza
Una nuvola densa che contiene tutte le cose del disco: le parole per me più importanti, le chitarre elettriche, i suoni strambi, gli oscillatori puliti senza modulazioni, i canti latini, tutto insieme ammassato, denso e impenetrabile.
Assistere alle cose che finiscono, che si svuotano di tutto e diventano piccole piccole. Si perde l’interesse, l’intelligenza, poi i ricordi, quelli brutti e poi quelli belli, con loro inizia ad andarsene anche la rabbia e la voglia di odiare ma forse anche quella di amare. Rimane sola, nascosta per bene ma finalmente in bella vista, un po’ di tenerezza.
“Solo la tenerezza” racconta cosa c’è dopo la fine, e di come quindi forse la fine non esista.


Tutto questo ti ucciderà
Ci sono state cose che non sono stato capace di raccontare per paura di fare male.

 

 

Mammaliturchi è Alfredo De Luca, cantautore classe ’92, forse romano, forse siciliano o magari nessuna delle due. Dopo un’infanzia apolide tra Italia e Turchia, si trasferisce a Roma dove inizia a suonare in diverse formazioni. Nel 2018 si stabilisce a Santiago del Cile e inizia ad esibirsi con live set di musica elettronica e comincia a scrivere e registrare le sue prime canzoni, mentre approfondisce la conoscenza dei maestri della musica italiana e si appassiona al rock argentino/cileno.
 
Nel 2020 fa ritorno in Italia dove, parallelamente alla sua professione di scenografo, registra e produce il suo primo album “Marsa”. Quattro anni dopo, i singoli “Alfredo / Una lingua a tua scelta” e “Melina / Tutto questo ti ucciderà” anticipano l’album “Solo la tenerezza”.

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