DEEP DIVE TRACKS: Lero Lero – Lero Lero

Lero Lero è un collettivo di artisti riuniti intorno a un fuoco centrale: l’archivio sonoro siciliano del ‘900. Le melodie in esso contenute, vestigia di un mondo magico quasi del tutto perduto, vengono rievocate da Lero Lero con spirito critico e sensibilità contemporanea. Un atto di riappropriazione, rielaborazione e restituzione alla comunità, di un’eredità sospesa nel tempo che, come diceva Renè Char, “non è preceduta da alcun testamento”.

Nelle voci di contadini, pastori, lavandaie, nei canti di sdegno e nelle ninne nanne, si scorge infatti un’Atlantide sommersa, piena di tesori dimenticati che avvicinano l’ascoltatore a questioni fondamentali in un mondo sempre più plastificato: chi siamo, da dove veniamo? Qual è il ruolo della tradizione e cosa comporta la sua perdita?
L’incessante confronto tra i tre curatori e fondatori del collettivo ha determinato la proposta di un suono arcaico e visionario, intriso di elettronica mediterranea e melismi microtonali, in cui riecheggiano i suoni ipnotici di zampogne e marranzani, i lamenti dei carrettieri e le urla dei salinai. Un suono che, a partire dai suoi ingredienti più ancestrali, tenta di riformulare gli insegnamenti della tradizione orale con approccio anti-folkloristico.

Se infatti la musica di un popolo ne esprime in maniera complessa e poetica l’essenza più pura, cosa succede quando tale musica viene ridotta a macchietta, stereotipata, esotizzata o rimossa? Si tratta di una voragine culturale nella vita dei suoi componenti. Lero Lero non finge che questa voragine non ci sia, ma la abita e prova ad arredarla.

 


COM’AIU A FARI
“Come faccio adesso che non ho più mamma? Se avessi mamma, non amerei te”. Un testo enigmatico scandito dalla voce lamentosa di una lavandaia apre l’album, nella sua riproposizione a tre voci ispirata ai cori della Settimana Santa siciliana. Il tema della perdita della Madre e la consolazione tramite un altro amore, sembra qui simboleggiare il vuoto lasciato dalla tradizione.


FRANCULINA
Un canto di carrettiere della zona di Bagheria, qui ripercorso dalla voce secondo quell’insegnamento melodico/melismatico. Intorno, i riff mediterranei di una chitarra microtonale e il groove furibondo di basso-synth e tamburello siciliano.


BEDDA CA CANTARI A MIA SINTISTI
Il canto a cui è ispirata questa rivisitazione è stato originariamente raccolto nel 1955 a Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, accompagnato dal marranzano ed eseguito in carcere da Pietro Spampinato che allora aveva 71 anni. I distici eseguiti in questa rielaborazione attingono dai versi cantati da Spampinato e da altri canti del vastissimo repertorio delle “ottave siciliane”. Un canto d’amore e struggimento, di solitudine e desiderio, di un’umanità squarciata dalla perdita della libertà e dal pensiero dell’amata lontana e irraggiungibile.

 

 

SALINAI
Per aiutarsi nella conta delle ceste di sale, chi lavorava nelle saline urlava delle filastrocche surreali in cui l’elemento della salina appariva in forme giocose al limite del nonsense, spesso per favorire la rima (“a cu l’hai salalette/ora picciotti miei n’avemu sette”). Qui troviamo una riformulazione di quella conta in un crescendo numerico ed emotivo che conduce allo squarcio finale, in cui il salinaio esce allo scoperto raccontando tutta la miseria della sua condizione: “assira m’adduvai cu Campanedda, u pani mi lu rava fedda a fedda, pi cumpanaggiu una scorcia di nucidda, pi farimi la panza minutidda” (ieri sera mi sono impiegato presso Campanella, mi dava il pane una fetta alla volta, per companatico un guscio di nocciola, per farmi rinsecchire lo stomaco).


CUORI RI CANNA
Nel mondo agro-pastorale il canto di sdegno rappresentava uno sfogo sociale in seguito a tradimenti o rifiuti subiti, un sorta di serenata al contrario guidata non dall’amore ma dal disprezzo. “Cuori ri canna, cuori ri cannitu”: prima il tuo cuore apparteneva ad una canna, adesso appartiene ad un intero canneto – sembra dire il cantore alla donna che lo ha tradito. L’ironia del testo si sposa con la freschezza dell’arrangiamento che attraverso un muro di chitarre e l’elettronica giocosa, enfatizza il senso di liberazione che segue una relazione finita male.


MONREALESI
Una novena di Natale, eseguita nel contesto tradizionale da zampogna a chiave e voce, viene trasposta sulla chitarra palermitana, strumento plasmato da Fabio Rizzo nel tentativo di emulare l’intonazione obliqua degli strumenti e delle voci tradizionali. Il magnetismo creato dalla simbiosi di chitarra e voce aggiunge alla melodia originale un graffio e una profondità di campo che racconta la disperazione e il lirismo in minore della cultura meridionale.

 

 

AIERI CI PASSAVA
Rielaborazione ispirata ad un canto di sdegno registrato nell’agrigentino nel 1955, nel quale il pretendente di una donna, evidentemente non ricambiato, esprime tutto il suo sarcasmo rabbioso. La melodia alla viddanisca qui si aggancia al riff incessante di basso-synth, con la chitarra microtonale e le percussioni a completare i botta e risposta.


OVA NICHI
L’abbanniata è una modalità di canto che i venditori utilizzano per reclamizzare la propria merce ed è ancora oggi molto presente sebbene spesso eseguita con modalità differenti rispetto al passato. Il canto in questione è eseguito fedelmente secondo antichi codici ed è arricchito da un dialogo con la voce originale del cantore, campionata e utilizzata come elemento all’interno dell’arrangiamento.


NINNA NANNA (U VIERSU)
Di questa oscura ninna-nanna raccolta a Ragusa nel 1961, Lero Lero si focalizza sul suo potenziale ipnotico scandito attraverso arpeggi ossessivi di synth bass e un passo da processione sonnolenta, in cui si avverte l’eco di un passato ispanico ancora molto presente nella cultura dell’isola.


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