DEEP DIVE TRACKS: De Relitti – BLUFF

Il nuovo album di De Relitti vuole essere tutto senza essere niente: “BLUFF” è una notte fugace di cui ci si ricorda solo ogni tanto, ma per tutta la vita. Ordito con cura e lontano dalla logica del consumo veloce, è un progetto senza feat o grandi proclami, un album “caratterista”, come si dice degli attori.
Registrato tra strumenti d’epoca e approcci contemporanei, “BLUFF” è il risultato di un’ossessiva ricerca di suono e narrazione, un vero e proprio bestiario delle nuove storie d’amore dei primi anni Venti, con arrangiamenti ricercati ma mai manieristici e un immaginario romanzesco, più maturo eppure sempre spiazzante.

Abbiamo chiesto a De Relitti di raccontarci il nuovo album brano dopo brano, per andare a ricreare quella mappa emozionale in cui riconoscersi, perdersi o lasciarsi sorprendere.

QUASI VENERDÌ
Uno dei pochissimi pezzi che sono nati a partire dal ritornello, ho un ricordo quasi immacolato del momento in cui – in motocicletta – attraversavo uno dei tanti ponti sull’Arno.
Mi sono canticchiato la linea melodica fino a destinazione, come un mantra; avevo paura di dimenticarla, ma i memo vocali servono a questo!
A volte le canzoni ti cadono sulla testa, come una mela.
Altre volte te le trovi nel casco.

ANIMALI NOTTURNI
Ecco, questa invece è una canzone che è nata dal riff di chitarra.

Forse – tra i miei – è il mio riff preferito: i ragazzi che suonano con me stanno ancora cercando di capire dove l’ho rubato, perché in effetti suona precisamente come qualcosa che sentiresti in un pezzo indie rock inglese del 2007.

Invece niente furti, solo un botto di brit rock.


DATE UN PREMIO A QUEST’UOMO
Non ho mai scritto un pezzo così velocemente in vita mia: chitarra alla mano, l’arpeggio che arriva da non si sa dove, le parole legano con tanta foga che quasi me le scordo.

Per tutta una serie di complessità che ho attraversato dopo quel momento di violentissimo entusiasmo, ho sviluppato un rapporto molto conflittuale con questa canzone: non ci piacciamo, ma sappiamo che dobbiamo lavorare insieme, così manteniamo una certa stima lavorativa e vediamo di farla funzionare.

Ogni tanto ci sorridiamo, addirittura.


UNA PIÙ DEL DIAVOLO
Questa l’ho scritta e arrangiata in treno, approfittando del ritardo megalitico che era piombato – imprevisto – sui miei piani per la giornata.

Comunque, biglietto rimborsato e un pezzo in più da mettere nel disco: avessi fatto un supporto fisico, nel retro del libretto avrei ringraziato Trenitalia ed un ministro inetto.

Dal vivo la facciamo col sax, cosa che, inspiegabilmente, non ho valutato durante la produzione; alle volte mi perdo in un bicchier d’acqua.


 

AU REVOIR
Faccio un po’ fatica a parlare di questa canzone, perché è la mia preferita e ho paura di esagerare.
Quindi vi dirò cosa non mi piace di questo pezzo: niente.

Davvero, questo è il pezzo che avrei voluto scrivere quando ero ragazzino e non posso credere che mi sia arrivato già al secondo disco; ora cosa dovrò inventarmi, per il terzo? mistero.

NIENTE DI SERIO
Anche detto “quel giorno in cui inciampai in un pezzo pop”, avevo in testa la scena di Ritorno al Futuro in cui Marty McFly suona la 335 del cugino di Chuck Berry al ballo di fine anno. Tutto un altro mood, no? 

Però mi sono immaginato lì e ho sentito – come ogni volta che vado ad una festa – l’irrefrenabile impulso di creare un diversivo, di fuggire.
Ecco, la mia canzone era appena fuori la porta.


IL NUMERO
Ecco, questa è la mia canzone giusta al momento sbagliato: l’avevo scritta e fatta uscire oltre un anno prima dell’uscita del disco, in un EP che ho messo insieme quasi per caso. Con il nuovo album che prendeva forma, tornavo a lei e continuavo a ripetermi: “questa è una canzone del disco, solo che mi è arrivata in anticipo”.
Alla fine, non solo è riuscita a entrare nella tracklist, mi ha anche insegnato una lezione: occhio ad arrivare troppo presto.

DOWN DOWN DOWN
Il giorno in cui ho portato questa canzone in studio – a disco quasi concluso – ci siamo guardati e ci siamo detti “questa però la facciamo strana”. Da questa idea, lo special: l’elegantissima voce di Elise Duchemin recita nella lingua più leggera al mondo (ndr: il francese) una serie di brutture che mi sono state rivolte durante il processo di collezione dei feedback degli addetti ai lavori (“canti in maniera troppo sensuale”, “con questi synth hai un po’ rotto il cazzo” e via dicendo).
A imperitura memoria del fatto che NON SONO UN TIPO PERMALOSO!


DOVE NON ARRIVA IL SOLE
Almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha inspiegabilmente pensato di attaccare qualcosa sul proprio frigo; di solito sono calamite orrende, ma spesso e volentieri sono disegni, biglietti e – in casi nemmeno troppo rari – foto.

Ecco, a me questa cosa ha sempre fatto strano; immagina di vedere la tua faccia su un frigorifero. E non venire a dirmi che è normale.

Se poi ci metti che odio essere fotografato, il quadro è completo: è una faccenda spinosa, questa delle foto sul frigorifero. 


 

UN BLUFF
Una canzone che amo profondamente, perché la sento fin dentro le ossa.
Questa cosa, purtroppo, mi condanna a non poterla fare dal vivo: mi fa venire un nodo in gola che non riesco mai a sbrogliare in tempi brevi.

Mi fa piangere, lo dico senza problemi e -forse- anche con una punta d’orgoglio.


LA FINE
“La fine” in tutti i sensi, è stata l’ultima canzone che abbiamo registrato per il disco. Il clima in studio era quasi quello dell’ultima sera di una gita, quando sembra finita e ogni cosa può succedere.

Tra le cose, questo è l’unico pezzo del disco che è partito da un’idea non mia: il riff principale è stato scritto da Tom Giuliani, mio co-produttore, batterista e pure amico. L’aveva scritto per un suo brano, che mi ha prontamente ceduto dopo che gli ho modificato tutto il modificabile. (Ti voglio bene Tommi, scusami)

Allora in studio abbiamo pensato bene di scambiarci: Tom ha registrato le chitarre ed io sono passato alla batteria. Ho il dubbio che non me lo faranno fare mai più.


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