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I Djstivo sono una ventata d’aria fresca di lo-fi

djstivo

I Djstivo sono una band ferrarese d’adozione, dove i quattro componenti si sono incontrati nell’ambiente “protetto” del Conservatorio. Lavorano insieme per circa un paio di anni, alla ricerca del suono, prima di buttare fuori il loro primo pezzo e, in una manciata di mesi, ecco che esce l’Ep Tranquillo che, sino ad ora, risulta essere la conclusione della loro parziale evoluzione, ma già con un carattere netto che li fa notare. Mette in mostra un sound chill/lo-fi che sa anche divertire e dare una ventata d’aria fresca grazie ad un percorso strettamente personale che rientra perfettamente nelle ultime tendenze d’oltreoceano della scena Hip hop. Li abbiamo incontrati in una calda giornata estiva a Ferrara per un caffè e per fare due chiacchiere sulla loro musica.

Perchè il nome Djstivo?

Marchino: È colpa di Pietro, ma non c’è una vera storia dietro, stava cazzeggiando con un amico ed è uscito. Alla fine noialtri l’abbiamo saputo quando ormai era ufficiale!
Lock: È successo che ad un certo punto mi ricordo di aver chiesto a Marchino, ma quindi davvero siamo i Djestivo? E lui: eh, sì.
Pietro: Diciamo che non è mai stato scelto, è lui che ha scelto noi. C’era ClapClap che faceva tutti questi nomi Digi d’Agostino o Paura Lausini. Un po’ l’ispirazione è quella. Ma ormai è talmente detto che non ha più senso, un po’ come dire i Doors, cioè se stai a pensare che significa “le porte”…
Marchino: Il mio grande problema dell’inizio è che tutti ci avrebbero confuso con un dj. Se vai al cartellone di un festival con questo nome alla fine ti confondono facilmente. Siamo stati ad una serata di dj, dove suonavamo anche noi e ci siamo mimetizzati alla perfezione. Almeno finché non abbiamo montato il palco.

Come è avvenuta la gestazione del vostro Ep?

Marchino: Due anni tra tutto. Un anno da quando ci siamo messi a lavorare con Stefano dei Funk Shui come produttore.
Pietro: Due anni per sedici minuti.
Lock: No, dai… un anno in realtà. Molti pezzi ci sono da prima, accennati o scritti in parte, però nell’ultimo anno li abbiamo arrangiati e cambiati un po’ tutti. Così come sono nell’Ep sono il frutto di un lavoro lungo. Andavamo almeno una volta a settimana a Bologna, a provare. Poi in realtà il periodo di produzione è stato settembre/ottobre fino a febbraio quando siamo andati a Torino per registrare tutto. È accaduto appena prima che iniziasse il lockdown.

Aneddoti sul vostro Ep che si dovrebbero sapere?

Pietro: Ma, non saprei… L’unica che mi viene in mente è la sospetta malattia di Lock. È venuto a Torino a registrare che stava male e ci ha attaccato a tutti il raffreddore o peggio. Fai conto che abbiamo dovuto lasciarlo a casa la sera quando uscivamo.
Marchino: Infatti, non so se si nota, ma Richi ha cantato tutti i pezzi con la voce a pezzi, in realtà. Abbiamo fatto le voci nei giorni peggiori. Stava malissimo, povero.
Lock: Sono stato male dall’inizio alla fine, quando non suonavo ero a casa a dormire.

Un lavoro sofferto, almeno alla fine. Parliamo però dei pezzi, nello specifico, come sono venuti alla luce?

Lock: Noi li riarrangiamo un po’ insieme, è il nostro modus operandi… Sto giro avevamo tanta roba scritta da me e da Richi, anche cose remote. Fai conto che Bit io l’ho suonato con loro alla mia laurea in Conservatorio. Non sapevamo con chi li avremmo suonati e prodotti. Trenitalia l’ha scritto 3-4 anni fa Richi, fai conto, dunque era già pronto come pezzo, ma, ripeto, l’abbiamo amalgamato al tutto assieme durante le prove. Il risultato, come ti dicevo, è un lavoro di gruppo.
Marchino: In più va detto che c’è grande disparità di lavorazione testuale dentro l’unitarietà dell’Ep. Tranquillo per esempio è nato senza testo, tranne per due frasi iconiche e la struttura in principio era solo musicale. C’è anche la versione strumentale, infatti. Poi il testo definitivo, quello che abbiamo pubblicato, è arrivato in un secondo momento.

Il suono è una ricerca importante nel vostro gruppo, mi pare siate piuttosto eclettici nelle scelte, siete ancora alla ricerca del vostro sound o pensate di aver raggiunto un primo punto d’appiglio su cui insistere almeno per un po’?

Marchino: In realtà ci ha aiutato molto Stefano a trovare questo primo approdo. Noi li avevamo mezzi prodotti da soli ma non tutto era maturo in modo giusto. C’erano cose che ci piacevano e altre che, invece, non ci piacevano. Grazie a lui abbiamo iniziato a togliere tutto quello che non ci convinceva e a rafforzare le parti che, invece, erano più convincenti. Ci ha aiutato a far ordine ed è così che siamo riusciti a trovare questo suono attuale. Un suono che in verità è emerso poco a poco da solo. È venuto lui da noi: abbiamo gusti musicali completamente diversi – a parte qualche piccola eccezione…
Pietro: Probabilmente è il mix di noi quattro musicisti. Ognuno cerca il suo suono ancora e punta in una direzione ben precisa. Cerchiamo di percorre una strada molto stretta. Tutti e quattro abbiamo un suono e un mondo diverso a cui ci riferiamo. Il tutto senza troppi pregiudizi, senza costrizioni o forzature. Si lavora assieme e basta, impegnati a incontrarci. A volte facciamo passi azzardati: magari abbiamo un brano con un arrangiamento più jazz e poi ci spariamo dentro l’autotune. Zero paletti.
Marchino: Ci ha aiutato molto anche il fatto che tutti e quattro siamo affascinati dal mondo della produzione, ci scimmiamo con i suoni, cerchiamo sempre di sperimentare e cercare qualcosa di nuovo, appunto.

Come pensate di portare avanti questo vostro suono partendo da questo Ep?

Lock: Cioè, ti fa cagare quello che abbiamo e vuoi che cambiamo?
Marchino: Seriamente, il nostro impegno attuale ci sollecita a cercare di seguire quello che già facciamo. Più o meno è quell’onda lì. Variare generi, nessun paletto… Pezzi molto più jazz e pezzi molto più pop!
Pietro: Però non ci diciamo mai: abbiamo bisogno di un pezzone pop o jazz o altro. Non ci diamo una direzione precisa. La chiave di lettura è: avere un panorama vario e seguire l’istinto, il sound che si crea.

Qualche anticipazione che aiuti ad orientarci sul come porterete avanti il vostro sound?

Lock: Sicuramente vogliamo inserire di più la voce. Lavorare un po’ su cose più mainstream, che abbiano un po’ più di appiglio. Solo strumentale rischiamo di non avere pubblico, sopratutto in Italia. Intendiamoci, è anche vero che la nostra corrente lo-fi è piaciuta molto, tipo Good morning. Marchino: Se prendi il nostro Ep di cinque canzoni, e se vogliamo che la gente arrivi ad ascoltare la quinta, che è quello più jazz, le altre devono essere più accattivanti. Devono prenderti e guidarti sino a lì con piacere.
Pietro: Anche perché abbiamo una direzione di comunicazione non jazz. Siamo finiti in un ambiente completamente diverso da quello di partenza. Siamo molto più pop in questo senso. Facciamo i conti con la nostra etichetta che fa comunicazione e pubblicità per noi. Dobbiamo far coincidere le due cose.
Lock: Già, volevamo essere più popolari come musica. Abbiamo scelto Natty Dub (Stefano) che ha un modo di lavorare e produrre molto black se vuoi, quindi non pop inteso come super ricerca del ritornello, ma un modo di utilizzare i suoni molto pulito, brillante, pop in questo senso. Ci piaceva. Poi se stai a guardare cosa ti consiglia Google ci affianca a Gemitaiz, Nitro e simili…

La narrazione attraverso il testo è molto lineare rispetto alla musica. Strizzare l’occhio alla cultura più popolare. Come mai?

Pietro: I testi li scrive tutti Riccardo, potrebbe risponderti lui al meglio, però possiamo dirti che è vero, è una cosa che sentiamo molto come nostra.
Marchino: Sicuramente influenzano i suoi ascolti (di Richi). Ha la sua dimensione, parla di se stesso, sono storie di vita vissuta. Trenitalia racconta di lui che deve tornare al Conservatorio, qui a Ferrara, dopo un estate in Sicilia, al mare. È settembre tocca darsi da fare. Sono pop in quel senso: è tutto molto chiaro e detto, ma proprio per questo fresco.
Lock: Noi ci concentriamo molto sulla musica, c’è tanto suono e arrangiamento, ci sta che almeno il testo sia diretto. Per ora non vogliamo scrivere testi impegnati. Deve essere la parte semplice dell’ascolto.

Mai pensato di lavorare con un autore?

Lock: Eh! Mogol non risponde…
Pietro: Siamo in quattro e già è un casino. Se ci mettiamo pure l’autore… scrivi così: un secco NO.

Come si sentono i Djstivo nei confronti della musica italiana contemporanea?

Lock: Diciamo che non è una nostra preoccupazione questa, almeno al momento. Che piaccia o meno, noi, io credo, siamo entrati nel grande contenitore della scena black music italiana: hip hop, soul… che ora sta tornando molto.
Marchino: Poi sta tornando tutto suonato, quindi noi calziamo a pennello.
Pietro: Tutto vero siamo sotto un’etichetta che fa quello. Gli artisti che sono con noi nel rooster sono un buon confronto. Ci rispecchiamo abbastanza anche con i loro gusti.

L’ambiente di provincia come quello di Ferrara ha i suoi vantaggi e svantaggi. Potete raccontarci un po’ la vostra esperienza, come vivete la Ferrara musicale rispetto a una grande città?

Marchino: Un po’ più difficile uscire da una realtà piccola. Però secondo me è meglio. Qua ti puoi concentrare sulle tue cose e fare solo quelle, senza subire degli stimoli superflui, diciamo. Non vieni distolto, non sei bombardato da troppa roba.
Pietro: Secondo me a Ferrara rispetto ad una grande realtà come Milano è molto più facile creare la propria scena, il proprio contesto e concentrarsi così sul lavoro. A Milano ci sono un sacco di cose fighissime però è più difficile creare un ambiente dove riesci a fare le tue cose. In ogni caso, secondo me, non c’è tanta differenza in realtà.
Lock: Poi il nostro ambiente perfetto, è Roma. Ci sono un sacco di palchi che ti permettono di esporti dal vivo, sempre riferendoci alla musica che facciamo. Pensa al Monk, le Mura, l’Alcazar.

Parliamo un po’, per finire, proprio di questo, dei concerti che vi attendono: come vi siete preparati per il dopo lockdown, per il live?

Lock: Ci adattiamo alla situazione in cui dobbiamo suonare, con grande attenzione perché per noi è importante il pubblico, è parte della nostra musica. Se dobbiamo suonare in un festival jazz possiamo osare di più. Se suoniamo in una situazione più pop magari andiamo di sequenze, siamo più costruiti.
Marchino: Abbiamo due set di base. Uno molto strumentale che è da dove arriviamo, fondamentalmente, e uno più elettronico. Synty e pad. Quindi con questi due cerchiamo di seguire il mood in cui ci troviamo. Conta che siamo finiti a suonare in un locale blues e il nostro primo pezzo è stato un blusettone, proprio per ambientarci.
Pietro: Per noi il live è un aspetto centrale del progetto. Noi siamo partiti dal vivo, praticamente per tutto il primo anno abbiamo suonato e basta. Tutto strumentale. Un po’ per le cose pratiche che sono successe tra: etichetta, coronavirus, il mondo della produzione… Allora ci siamo spostati anche con maggior attenzione e si entrati in studio. I Djestivo però nascono come gruppo da palcoscenico.
Lock: C’è, inoltre, un po’ troppa attenzione alla produzione adesso, pare che il mondo sia solo quello. Veniamo tempestati di pubblicazioni, di continuo. Più gente fa uscire cose meno probabilità hai che ascoltino il tuo. Sei costretto ad uscire spesso se vuoi conquistare un tuo pubblico. Così però ci dimentichiamo che alla fine la musica è live e che la musica respira col suo pubblico. A noi interessa suonare dal vivo per questo.
Pietro: Vero, rischi di far passare la musica in secondo piano per stare dietro ai numeri. È giusto e anche bello che sia così, ma il respiro condiviso dà magia alla musica.
Marchino: Poi c’è troppa gente che in produzione ha dei lavori della Madonna e invece dal vivo sono parecchio discutibili. Non faccio nomi. In ogni caso, noi non stiamo mai a guardare quello che fanno i vicini. Restiamo nel nostro orizzonte musicale.

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