ABBIAMO LASCIATO STARE I CONVENEVOLI E FATTO DUE DOMANDE AI THE BASTARD SONS OF DIONISO

“Se non sudo è come se non facessi fatica” ci dice Jacopo Broseghini, riprendendosi con una birra dopo un impegnato soundcheck. Per i The Bastard Sons Of Dioniso la musica va vissuta fino in fondo, senza sconti e limiti.
Lo abbiamo potuto vedere e sentire sulla pelle in quei momenti di preparazione al  concerto che ci sarebbe stato alle Cantine Coopuf di Varese la sera del nostro incontro.
Sul palco sono il volto della concentrazione, completamente dediti al raggiungimento della loro perfezione.

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Tutte le foto: Manuel Iop

La band è composta da tre trentunenni originari della Valsugana (Trentino).
No, non è l’inizio di una barzelletta ma della storia di questo sensazionale gruppo musicale che suona rock anni ’70, dalle tinte hard, di matrice led zeppeliana, magistralmente equilibrato da vocalizzi a tre voci di spunto beatlesiano.

La band nasce nel 2003, rilasciano due album autoprodotti e come ben tutti ricordiamo nel 2009 entrano a X Factor, arrivando al secondo posto, vincendo il premio della critica. Sempre nello stesso anno rilasciano l’EP, disco oro, “L’amor carnale”.
Negli anni successivi continuano a fare musica, a spaccare con tour, fino a rilasciare nel 2017 questo album magistrale, coinvolgente e potente “Cambogia”.

Non male, vero?

Insomma, finite le prove, io e Den ci sediamo a chiacchierare con Michele Vicentini (Vice), voce e chitarra, Jaco (Jacopo Broseghini), voce e basso e Fede (Federico Sassuadelli), voce e batteria…

Save The Tape: Come vi siete conosciuti?
Jaco: Ci siamo conosciuti alle superiori, eravamo in classe assieme.
Facevamo parte di tre band diverse, una sera abbiamo partecipato a una jam session in una baita e l’indomani abbiamo deciso di formare il nostro trio.
Alla fine ci siam trovati perché abbiamo deciso tutti di fare i periti edili.
Quindi è vero che nella vita tutte le scelte che prendi le fai seguendo un fine senza sapere dove ti porterà. Per assurdo se avessi seguito le mie inclinazioni da bocia, sarei andato subito a Forlì per fare il pilota, invece mio padre mi convinse a rimanere a Trento.
E basta, non diventerò mai più un pilota.

Parliamo di X Factor… Ci è balenata questa curiosità, come avete vissuto questa esperienza? Sappiamo che, mentre ora si punta a creare un prodotto finito, un tempo non era così, era più che altro un vero proprio concorso, in cui l’obiettivo finale era la vittoria
Jaco: Noi l’abbiamo presa come un gioco. Ti davano le canzoni da fare settimanalmente, facevamo gli arrangiamenti a nostro gusto, ma non abbiamo mai pensato che quello fosse il prodotto, per noi era parte del gioco, a cui partecipi secondo le tue capacità.
Per questo non abbiamo mai rifiutato una canzone: giochi con quello che ti danno, è come Monopoli se poi perdi e vai in prigione, puoi arrabbiarti, ma è il gioco.
Invece dall’esterno può sembrare come il dover creare una realtà.
Loro vorrebbero avere degli interpreti e il prodotto diventa quello che loro vogliono fare, non l’artista. Noi ci siamo ritrovati a voler fare una cosa completamente diversa da quella che volevano e alla fine ci chiedevamo perché volessero lavorare con noi, se su due strade diverse. Poi abbiamo avuto la fortuna di poter prendere la strada indipendente e continuare con quello che ci piaceva.
Vice: È stato un periodo di prova, un assaggio del mercato. Comunque sono un bel po’ di mesi di pubblicità. È un periodo per capire cosa funziona.
Se uno vuol far l’interprete e cerca semplicemente bisogno di un appoggio è l’ideale, questo è un sogno per chi non ha un progetto suo o poco preciso.

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Abbiamo notato l’influenza di X Factor sul vostro stile per quanto riguarda l’uso delle tre voci, perché ai tempi tutti i componenti del gruppo dovevano cantare
Jaco: Questo in realtà è il fattore ci ha permesso di entrare, non gli interessava che suonassimo ma che tutti e tre cantassimo.
Certo, è una capacità che è stata ulteriormente affinata con questo percorso e negli anni.
Ci hanno chiesto di partecipare, attraverso il nostro studio di registrazione, e siccome le occasioni capitano una volta sola, siamo andati.
Non eravamo neanche mai stati a Milano. Siamo andati per gioco.
L’importante era non bestemmiare, è stato difficile, ma ce l’abbiam fatta!

Cambogia è il vostro nuovo album. Raccontateci un po’ come è nato. È un qualcosa di nuovo o un proseguire del vostro stile ?
Jaco: Qui taccio, adesso parlano loro! (non è vero, poi ha continuato a parlare e noi abbiamo riso della leggera logorrea di Jacopo)
Vice: È un po’un ritorno al rock and roll dopo una pausa acustica.
Nel penultimo disco del 2016 abbiamo messo un po’ di nostre canzoni rifatte in acustico.
Questo invece è un disco di brani nati in sala prove, in cui ognuno mette un po’ del suo. Con i testi è sempre un po’ più difficile, ci siamo fatti dare un po’ una mano da un paio di persone davvero brave della nostra zona, trovando così la soluzione del dramma di chi fa rock in italiano: far suonar bene le parole della lingua italiana su questo tipo di musica.
Dopo un po’ di sbattimenti è andato via bello liscio.
Il titolo è un omaggio a un nostro amico, scomparso quest’anno, è stato nostro produttore, mixerista dei tre anni precedenti: era Gianluca Vaccaro di Roma, un mito, un mentore per noi, ci ha fatto scoprire un sacco di cose sulla produzione, su come approcciarsi alla costruzione di un disco ed umanamente era, insomma, un figo.
Lui ci ha accolto con il termine “Cambogia” che in romano vuol dire confusione, caos e abbiam deciso di chiamarlo così per ringraziarlo e portarlo sempre con noi.
Jaco: Che poi vuol dire anche battaglia, quindi è anche ambivalente!

Avete un brano preferito di questo album o siete come la maggior parte delle madri che dicono di non avere un figlio preferito?
Vice: Per me il più emozionante è “Benvenuti nel mio modo”, ha un tiro un po’ più lento poi arriva il ritornello che ha un crescendo. Da suonare invece “Il falegname” perché mi diverto e poi è l’unico ritornello che non canto in quindici anni che suoniamo e mi rilassa proprio, è bellissimo.
Jaco: Per me da suonare “Benvenuti nel mio modo”.
Ma quando abbiamo finito il lavoro e ho sentito il disco in macchina per la prima volta mi son commosso con “Coast to Coast”.
Vice: Sí vero, anche quella! Di solito quando finiamo i mixaggi siamo talmente assuefatti che non lo sentiamo neanche il disco perché le abbiamo ascoltate talmente tante volte che ne siamo già stufi.
Mentre, ora, a risentire il disco finito ci è arrivato ancora qualcosa. Abbiam fatto un buon lavoro.
Jaco: Sì, forse siamo un po’ in ritardo
Vice: Ecco forse lo dovevamo fare a vent’anni
Jaco: Dopo questo dobbiamo far tutti dischi di merda
Fede: L’album in generale a me piace tutto da sentire, non ho una preferita da dirvi!

Sei come una madre quindi…
Fede: Sono come una madre, sì. Invece da suonare mi piace “Cambogia”, la prima, perché ha un ritornello che per me è tosto da cantare.
Jaco: Che poi ad album finito quello che si vive è come una depressione post partum. Ti senti svuotato, ci metti dentro tutto e alla fine solo il disco ti resta.

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Come scrivete i pezzi? Ognuno di voi scrive un pezzo o assieme?
Jaco: Le idee partono dal singolo e poi passano attraverso tutti gli altri, ci lavoriamo assieme. Sicuramente un pezzo che partisse da Michele e fosse fatto solo da Michele dall’inizio alla fine sarebbe una roba diversa. Poi su questo disco qua molte idee sono partite da Michele ed è stato bellissimo avere la carica di far qualcosa di nuovo perché, per me, era un momento che non riuscivo più a scrivere.
Dopo, tutto si lega, quando cominciano a esserci bei pezzi, quando cominciano a uscire bei testi. Ci sono stati momenti pesanti anche con i testi perchè non è che noi abbiamo da dire qualcosa di specifico alle persone.
Cerchiamo di fare in modo che le persone ascoltino e prendano qualcosa del testo per farlo loro. Puoi dire cose tue, in cui credi tu, certo, ma le persone capiranno solo quello che vogliono.
Vice: E come se ci autocensurassimo a volte, nel senso che ci sembra sempre di dire delle cagate. E quindi ci facciamo un sacco di problemi sui testi, quando invece potremmo essere più frettolosi.
Jaco: Potremmo dire anche “dentifricio”
Vice: Invidiamo un botto i rapper che fanno canzoni con con strofe di duemila parole…Boh, come cazzo fai?
Jaco: O hai sfighe costanti nella vita o non trombi.

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Loro devono pure riempire tutto di parole mentre voi dovete anche suonare…
Jaco: Noi inflazioniamo le note ma non le parole. E forse la base del rapper si bilancia nell’altra maniera, bellissimo, mi piace un sacco, però ci devi mettere tanta ritmica con le parole. Il nostro è rock and roll, non puoi continuare a parlare tutto il tempo.
Già a me sembra che cantiamo troppo, dal mio punto di vista, ci deve esser un momento in cui, fanculo, suoni.

Vi ispirate a qualcuno in particolare?
Vice: Nella scrittura non so se ci si ispira a qualcosa, chiaramente gli ascolti che si son fatti negli anni creano un background inconscio e fai quello, però non è che penso “adesso faccio un brano come…” diciamo che parti dall’idea e da lì vai avanti. Chiaramente poi assomiglierà a qualcosa ma non è voluto.
Jaco: Ti influenza culturalmente dove vivi. Ed essendo l’Italia musicalmente una succursale dell’Inghilterra, è il rock inglese che ti arriva. È un peccato perché così il prodotto italiano viene messo in secondo piano.
Vice: Ma meno male altrimenti a questo punto suonavamo il neomelodico.

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Ci stavamo chiedendo come fosse nata “Il falegname”
Prima abbiamo sentito che il papà di Fede fa il falegname… C’è qualche nesso?
Fede: Sì, vero, anche io faccio il falegname. Ma non è questo il collegamento.
L’idea del brano è un po’ una storia particolare, perché il riff di chitarra che compone il ritornello è l’intro di un singolo di due dischi fa che poi avevamo tolto. È stato un brano un po’ costruito così… Ci siam detti che sarebbe stato bello riusarlo e abbiamo provato a cantarci sopra in un modo un po’ strano. Poi il fratello del Piero, il ragazzone che ci accompagna, che organizza le date e da una mano a fare un po’ tutto, ha tirato fuori sto testo, scrivendo così la bozza di “Il falegname”.
Jaco: Diciamo che parla del falegname dentro ognuno di noi.
Ci sono molti collegamenti a internet e i social network ma senza usare questa terminologia, volevamo qualcosa di molto più fine. Infatti anche noi all’inizio non l’avevamo capito, poi lo abbiamo rimaneggiato, abbiamo modificato quelle due e tre cose che non ci andavano, e alla fine è diventato un pezzo di cui siam contenti.
Io all’inizio lo volevo togliere dal cd…

Infatti noi abbiamo inteso il brano come un staccarsi da internet e darsi da fare, in tutti i sensi
Jaco: forse nella prima stesura era un po’ troppo roba da segaiolo, poi è diventata una cosa più sottile come intendevamo noi; quante menate ci si fa per i social network, quanti problemi dietro a un pc.
Perché alla fine c’è gente che si suicida per un commento a un post.
È tutta una roba mentale dentro di noi.

Ora una domanda d’importanza vitale: in un attacco zombie chi sopravvive, anzi chi muore per primo?
Fede: Io!
Vice: Si in effetti Federico è un attacca rogne, muore subito.
Jaco: Ma dipende da dov’è l’attacco

… Facciamo finta che sia in Trentino…
Jaco
: Allora che vengano nel Pinè, gli aspettiamo su, a casa mia, noi lì abbiamo tutti i fucili!
Vice: Però nel Pinè non vengono fatti grossi danni
Jaco: Se il Pinè è dalla parte degli zombi invece il mondo è spacciato

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Terminiamo l’intevista.
Ora mentre scrivo questo articolo, mi ritrovo a riascoltare “Cambogia” e mi piace sempre di più. Leggo la descrizione sul loro sito di questo disco grandioso, trovandomi totalmente d’accordo:
“Occorre essere se stessi, fino alla fine della battaglia, della propria.
Un senso di questo lavoro, la dedica ad un amico.
“Siamo soli a miliardi, dietro la nostra consolle, a mixare una vita.
Un manifesto, una dichiarazione d’intenti: saremo sempre noi”.

E se alla fine di tutto questo non vi è venuta una grandissima voglia di ascoltare questo album siete folli oppure zombie, se lo siete, attenti a passare per il Trentino, sareste spacciati.