I VEIVECURA CI HANNO PARLATO DI “ME+1”

VeiveCura nasce nel 2010 in Sicilia, dalle mani (e dalla voce) di Davide Iacono, fresco di concerti in tutta Europa con artisti del calibro di Justin Vernon, Olafur Arnalds, Franco Battiato, Umberto Giardini e Paolo Benvegnù.

L’iniziale idea di un progetto da solista muta nel tempo e Davide allarga la formazione fino ad arrivare a quindici elementi in fase di studio, mentre dal vivo calca il palco con altri tre membri: Salvo ScuccesSalvo Puma ed il batterista barcellonese Milo Isgrò.

La storia della band è un climax ascendente, una conferma delle competenze che arriva album dopo album, partendo dall’esordio nel 2010 con “Sic Volvere Parcas” a “Tutto è vanità” del 2012 fino ad arrivare a “Goodmorning Utopia” del 2014.

Pochi giorni fa ha visto la luce il quarto EP della band: “ME+1”, pubblicato da Rocketta Records: dodici tracce ed un perfetto intervallarsi di vocoder, synth elettronici e freschissimi suoni pop che ora richiamano i Daft Punk, ora i MGMT, ora i New Order.

L’album appare così tanto completo che non ci abbiamo pensato due volte: volevamo saperne di più, perché il potenziale per diventare una hit c’è tutto! Per questo abbiamo deciso di incontrare Davide (tastiera e voce del progetto) per farci raccontare come sta vivendo il suo momento di gloria

thumbnail_VeiveCura - foto di Martina Melchionno
Foto di Martina Melchionno

Com’è successo che Davide si è trasformato in VeiveCura?
Sono passati sette anni da “Sic Volvere Parcas”, quali sono state le tappe del percorso che vi ha portati a dove siete oggi?

Davide diventa VeiveCura nel 2008, quando smette di essere il batterista della band con cui è cresciuto e si siede al pianoforte. Potrei passare ore a raccontarvi la mia storia, ma non vorrei annoiarvi… Negli anni ho prodotto diversi brani strumentali, scrivendo in italiano, in siciliano ed in inglese: mi piace sperimentare, cambiare, andare per tentativi.
Ovviamente in questi anni anche i generi musicali sono cambiati, a volte meno drasticamente (si vedano i primi tre album) a volte con uno schiaffo in faccia (come è successo per “ME + 1”).
Possiamo trovare però un filo conduttore: il senso di etereo, il ricreare atmosfere spesso trasognanti!

Passi dall’italiano al dialetto, poi un bel giorno decidi di scrivere solo in inglese.. Come mai?
Quanta consapevolezza serve per permettersi di fare questo salto di qualità?

L’aspetto interessante dello scrivere in inglese è che allarghi il raggio d’azione ad altri paesi, quantomeno potenzialmente. Poi è ovvio che devi avere alle spalle un management che ti possa spingere sui giusti canali, e non è una cosa semplice: gli italiani solitamente non sono ben visti all’estero.
Il fattore negativo dello scrivere in inglese quando ti proponi a un pubblico italiano è che quasi nessuno capisce quello che canti, e questo ti taglia fuori da certe dinamiche commerciali… Se ci fai caso i nuovi fenomeni della musica indie italica cantano tutti in una lingua… che non è l’inglese.

Dopo esservi affermati nella vostra terra ora state girando l’Europa.. Come ci si prepara ad un tour di questo calibro? Dove ti sei sentito più a tuo agio e dove invece hai sentito un pubblico più freddo?

Non mi sono mai preparato a un tour, li ho vissuti e basta, e li ho vissuti come l’unica cosa che volevo fare, l’unico contesto in cui mi sentivo vivo e realizzato. Grazie alle mie esperienze all’estero al fianco di alcuni artisti tedeschi ho potuto vivere delle esperienze da sogno, tutte cose che purtroppo non ho più incontrato in Italia.
Sono a mio agio dove tutto gira intorno all’artista, nel senso che un musicista per poter creare la sua magia deve essere supportato da uno staff impeccabile. Quelle rare volte in cui ho trovato un pubblico distaccato per il 99% dei casi è stata sempre colpa di un gestore o un promoter che non ci ha fornito un adeguato impianto audio o che non ha fatto la giusta pubblicità all’evento o che lo ha comunque gestito male nei modi e nei tempi.

Se tutto deve girare intorno all’artista però bisogna anche sentirti all’altezza della situazione e per questo immagino che il lavoro in studio che precede i tour giochi un ruolo fondamentale: come lo vivi?
Il lavoro in studio è decisamente fondamentale! La qualità e particolarità del suono sono il 50% della riuscita di un brano e di un album intero, secondo me. Vivo le registrazioni con assoluta maniacalità, vado a smussare le più piccole e impercettibili imperfezioni rendendomi a volte anche odioso.
E poi mi sento elettrico, vedere concretizzarsi le tue idee è qualcosa di inspiegabile!

Domanda di rito per Save The Tape: se dovessi scegliere una canzone, italiana, inglese o siciliana che più ti rappresenta (senza badare al genere ed al periodo)… Quale sceglieresti?

Questa sembra una domanda facile, ma in realtà mi metti seriamente in difficoltà.
Non credo ci sia una sola canzone che mi rappresenta proprio perché, come vi dicevo prima, io vivo in continuo mutamento. Se mi metteti con le spalle al muro allora ti rispondo di ascoltare tutta la discografia dei Radiohead.

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“ME+1” disponibile su tutti i digital store: iTunes e Spotify